Il Feng Shui per gli architetti

In Occidente così come in Oriente, il Feng Shui non viene presentato con una visione unificata. Esistono diverse scuole, diversi metodi, ma soprattutto differenti approcci e prospettive nell’applicare la disciplina, che nel tempo hanno dato origine a confusione e scetticismi.
Le resistente che spesso incontro in prima battuta dai colleghi architetti nei confronti del Feng Shui, sono le stesse che 14 anni fa ho sperimentato personalmente. Una comunicazione e una divulgazione della materia scadente e spesso inconsistente, dove con facilità ci si nasconde dietro l’ombra della parola “energia”, dove tutti “sentono a modo loro”, hanno dato vita a una naturale reazione di diffidenza e resistenze da parte di tanti.
Il grande sforzo di tutti questi anni di lavoro (in compagnia di numerosi colleghi), è quindi stato trovare un linguaggio è una la modalità di affrontare il Feng Shui per ripulirlo da superstizione e tradizione popolare cinese, rendendolo uno strumento realmente operativo e integrabile al processo progettuale.
Apprendere il Feng Shui per un architetto contemporaneo significa aprirsi a nuovi livelli di lettura con cui osservare il costruito, significa arricchire e completare i propri strumenti di analisi e progettazione. Spesso si pensa che fare Feng Shui sia sinonimo di riempire casa di arredi e iconografia cinese o progettare con atmosfere New Age, ma non si tratta di questo!
Capiamo meglio allora cosa significa utilizzare il Feng Shui.

PERCHE’ INTEGRARE IL FENG SHUI NEL PROCESSO PROGETTUALE?
La casa ha una struttura archetipica che va al di là del tempo e della storia. E’ la rappresentazione del corpo umano, è la nostra seconda pelle. Lo sapevano molto bene i cinesi, ma altrettanto bene anche i grandi costruttori della nostra storia occidentale (Vitruvio, Leonardo Da Vinci, Leon Battista Alberti, etc.) che rendevano addirittura le loro creazioni esseri antropomorfi!
In tempi più recenti la psicologia della Gestalt ha dato un grande apporto alla comprensione di questo importante concetto, mettendo in luce come ognuno di noi proietta se stesso nello spazio, e puntando l’attenzione su quanto l’ambiente influenza e agisce sul nostro benessere quotidiano, a partire da quello psichico*. Contemporaneamente tutto l’approccio psico-somatico al benessere, che non vede distinzione fra il “fuori” e il “dentro” noi stessi, ha contribuito a rendere questo concetto un assunto fondamentale, ormai diffuso anche a livello collettivo.
Quando si progetta e si interviene sul costruito (ex novo, ristrutturazioni, arredamenti d’interno, ecc.) è quindi possibile – anzi indispensabile per far star bene le persone – tener conto del fatto che quel luogo deve rappresentarle profondamente. Si parte seguendo un iter che dal grande (la posizione dell’immobile è la sua relazione con il contesto circostante) si concentra sul piccolo (la distribuzione interna, gli arredi, i colori, lo stile), utilizzando strumenti e livelli di lettura che consento di creare coerenza fra persona e abitazione, in un gioco di rispecchiamenti che crea coesione fra “chi siamo” e “cosa abbiamo intorno a noi”.
La persona si “riconosce” nella sua abitazione, si sente accolta, prova confort: abbiamo creato le condizioni base perché la nostra architettura sia al servizio dei suoi fruitori!

PROGETTARE PER CORPO E MENTE
Questa metodologia di lavoro – che istintivamente è stata adottata dall’uomo fin dagli albori della sua storia, ancor prima che venisse creato il Feng Shui in Cina – va al di là di stili, mode, o correnti architettoniche.
Come possiamo osservare, in questa visione del fare architettura (anche se appena accennata) non c’è nulla di esoterico o mistico, ma la chiara e concreta comprensione di come il corpo (e la nostra mente) si proietta nello spazio.
Posizionare una zona notte sul fronte dell’abitazione o sul retro definisce livelli di interazioni e significati archetipici completamente differenti.
Creare ampie aperture (finestre o porte) sul lato del retro dell’abitazione o sul fronte significa concentrare l’attenzione dei futuri abitanti sui loro obiettivi/progetti o sulla loro storia e il loro passato.

Credo profondamente nella necessità della figura dell’architetto di sapersi fare interprete e traduttore dei bisogni del cliente, ma questo può avvenire a livello profondo solo se il professionista sa padroneggiare anche questi fondamentali livelli di gestione del progetto, che includono gli aspetti energetici e psicologici di interazione con lo spazio.
Abitare in una casa che ci supporti e ci sostenga nella nostra particolare e unica maniera transitare in questa vita, è un diritto per tutti, ed è quindi indispensabile essere affiancati da tecnici che sappiamo gestire e creare coerenza fra noi e la nostra seconda pelle.
Rendere la casa non solo un contenitore ma anche un luogo di espressione della personalità e dei potenziali dei suoi abitanti è una sfida che richiede competenze, apertura verso livelli di lettura nuovi da integrare al nostro bagaglio di conoscenze e professionalità.
Significa farsi da parte, togliersi dalla luce dei riflettori e concentrare tutto il processo progettuale sulle speciali persone che abitano quel luogo.
Ma è anche una grande presa di responsabilità: acquisire la consapevolezza che quello che progettiamo e creiamo ha delle importanti conseguenze sul benessere e sul confort degli abitanti.

Nota*: per approfondimenti consiglio un interessante articolo di Mimmo Pesare, “Le radici psico-dinamiche dell’abitare”, in “Dialeghestai. Rivista telematica di Filosofia”, anno 10, 2009

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