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Benessere ambientale e architettura – Le basi neurobiologiche per il progetto


Mai come nell’ultimo secolo l’uomo ha prodotto cambiamenti epocali sul territorio e sulle sue modalità di vivere il quotidiano. In un arco di tempo estremamente ridotto, siamo passati da ritmi scanditi dal sole e dai cicli naturali a una vita immersa in contesti profondamente antropizzati, in agglomerati urbani con altissime densità abitative, tutto si è trasformato rapidamente.

La tecnologia ha progressivamente strutturato di nuove abitudini il nostro quotidiano, conducendoci ad avanzamenti epocali in tantissimi ambiti, e mostrandoci allo stesso tempo le innumerevoli criticità di un rapporto che richiede una riflessione.
Nel chiaroscuro di questo scenario si è poco a poco consolidata l’ingannevole convinzione di essere distanti ed avulsi dalla natura, una sorta di scollamento percettivo dall’indissolubile legame biologico che ci lega al mondo naturale e ai suoi ritmi.
Fortunatamente, nel lungo processo evolutivo dell’uomo, non è una manciata di decenni che può modificare o recidere questa profonda connessione.
Siamo esseri altamente tecnologizzati, ma continuiamo a vivere su di un pianeta con leggi naturali alle quali il nostro corpo e il nostro sistema nervoso restano intimamente ancorati.

Che ruolo ha l’architettura in tutto questo?

L’illusione di poterci disconnettere dai cicli naturali rischia di farci spostare il focus del progetto dall’uomo e i suoi bisogni innati verso scelte guidate prevalentemente dalle mode e dai trend architettonici del momento.
Se l’obiettivo che ci diamo è realizzare una progettazione di qualità - che si dia come scopo primario quello di perseguire il benessere psico-fisico dei suoi abitanti - diventa imprescindibile conoscere le radici neurobiologiche e percettive del nostro rapporto con lo spazio. Da questo dipende il benessere e l’equilibrio a cui possiamo accedere negli spazi che viviamo quotidianamente.

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