Lo spazio progettato per le emozioni

Esiste una correlazione diretta fra spazio, movimento corporeo e emozioni.
E’ un dato condiviso il fatto che l’ambiente abbia la capacità di modificare il nostro stato psico-fisico, lo sappiamo intuitivamente (perchè lo sperimentiamo ogni giorno come processo innato, automatico), lo possiamo gestire attraverso diversi approcci (ad esempio quello olistico del Feng Shui) e se ne stanno occupando anche le neuroscienze. Visione Olistica e visione Scientifica si unisco in una prospettiva comune.
Vediamo come funziona questo legame di corrispondenze.

Movimento versus emozioni

Partiamo dalla premessa che il nostro stato emozionale può cambiare grazie al movimento corporeo.
Ad esempio, ridere (il risultato di una complessa sequenza di movimenti dei nostri muscoli facciali) ballare e fare esercizi corporei (qui viene coinvolto l’intero corpo) sono tutte attività che abbassano il livello del cortisolo (un ormone che produciamo quando siamo in stress) e aumentano quello del testosterone (un ormone che agisce sull’innalzamento dell’umore) modificando quindi il nostro stato emotivo.
In neuroscienze ad esempio si è visto come la Power Poses – un termine che definisce una “posizione potenziata” quando siamo seduti (la schiena è eretta e ben bilanciata sulla sedia), una posizione indotta dalla forma della sedia – ha la capacità di renderci più reattivi e performanti nelle attività che stiamo svolgendo; ci guida nell’aumentare quella che la psicologa e ricercatrice Amy Cuddy definisce come sensazione di “potere”, cioè l’abilità di essere in contatto noi stessi; infine la Power Poses diminuisce la produzione di cortisolo e stimola quella del testosterone.
Dall’altra parte, una posizione “afflosciata” sulla sedia ha invece la capacità di abbassare l’interesse e l’attenzione verso l’esterno, guidandoci in uno stato corporeo/emotivo chiuso e introverso, e quindi meno capace di sostenerci nelle attività che stiamo svolgendo.

Adesso proviamo a fare attenzione a come istintivamente riconosciamo lo stato emotivo delle persone che ci circondano semplicemente osservando come si muovono nello spazio, che tipo di movimenti mettono in azione. Se sono in uno stato emotivo sottotono (depresso) tendono ad esibire movimenti lenti, a tenere una postura con le spalle abbassate, il colo e la testa che tendono a rivolgersi in avanti, come se ci fosse un peso sulle spalle che le comprime. Quando sono felici invece, i movimenti hanno un tono più attivo e disteso, sono più leggeri, la postura è eretta e il movimento fluido.
Abbiamo appena visto alcuni esempi di come il movimento agisce sulle emozioni e di come tramite il movimento riusciamo a riconoscere le emozioni negli altri. Quest’ultima è un’abilità che abbiamo sviluppato nel corso dell’evoluzione della nostra specie per favorire fin dagli albori, i processi di affiliazione, utili per la nostra sopravvivenza.
Vediamo ora come lo spazio guida i influenza i nostri movimenti che a loro volta agiscono sulle nostre emozioni.

Spazio versus movimento

La struttura dello spazio guida il nostro movimento, lo condiziona, genera una risposta fisica.
Quando siamo in un ambiente, il corpo attraverso i recettori sensoriali raccoglie le informazioni spaziali e le traduce in feedback sensoriali che dal corpo arrivano al cervello, vengono rielaborate e si traducono in emozioni.
Vediamo alcuni semplici esempi ma utili per chiarire questo concetto.
Quando attraversiamo o sostiamo in un ambiente con il soffitto basso, i muscoli del corpo – in risposta all’altezza della stanza – fanno incurvare la schiena e le spalle, e reclinare in avanti la testa. Connettendoci a quello che abbiamo appena visto sopra, questo tipo di postura induce a uno stato emozionale depotenziato, ci guida a un assetto di chiusura, influenzando quindi il nostro stato emozionale in quel luogo.
Se invece l’ambiente ha il soffitto alto, il corpo percepisce spazio di movimento, soprattutto in senso verticale, la struttura dell’ambiente induce i nostri muscoli a distendersi, la postura si “allunga”, viene coinvolto il respiro che si apre, la nostra attenzione istintivamente tende ad andare verso l’alto e un senso di leggerezza ci conduce verso uno stato emozionale positivo, leggero, metaforicamente “rivolto verso l’alto”. Questo tipo di reazione psico-fisica agli ambienti con forti altezze era un fenomeno ben conosciuto anche dagli architetti delle grandi cattedrali gotiche: l’altezza delle chiese induceva il fedele a uno stato di stupore, sbalordimento ma anche timore, guidando quindi il fedele a un assetto emotivo di divina reverenza.
Lo studio condotto dal neuroscienziato Oshin Vartanian ha d’altro canto dimostrato come in generale le persone preferiscano ambienti con forme morbide e curvilinee piuttosto che squadrate e molto dritte. Sempre su questo tema la neuroscienziata Tal Sharif (che proviene da una lunga esperienza in terapia con la danza-movimento) ha studiato come le forme curvilinee e morbide siano associate a movimenti e posture collegate all’abbraccio, al contenimento, al sentirsi protetti stimolando così un assetto psico-fisico (e quindi muscolare) disteso, rilassato e calmo. Viceversa Tal Shafir ha riscontrato che le forme spigolose, molto dritte e strutturate siano associate a movimenti di contrazione del corpo, a gesti veloci e focalizzati che richiedono una contrazione dei muscoli e generano un assetto emotivo di ipervigilanza, di attenzione, guidando i fruitori a un stato emotivo di allerta.

Una metodologia creata per progettare le emozioni

Abbiamo visto in maniera semplice e veloce alcuni elementi su come lo spazio riesce a modificare la nostra risposta fisica e come di conseguenza agisca sulle nostre emozioni.
Progettare con la consapevolezza e la capacità di gestire questi elementi che fanno parte del processo di progettuale, significa muoversi nella direzione di un architettura che si costruisce intorno alle persone e ai loro bisogni.
Nel nostro approccio al progetto, la metodologia di lavoro parte dalla comprensione del cliente e delle sue caratteristiche psico-fisiche di base, individua quali sono gli aspetti che il cliente ha la necessità di integrare (grazie a strumenti di analisi sulla persona mediati dalla visione olistica, da quella psico/somatica, dalla medicina cinese, etc).
Questa prima indagine sulla persona (realizzata grazie al confronto diretto con il cliente e all’utilizzo di questionari) consente di individuare quali sono le emozioni e gli assetti psico-fisici su cui il cliente ha necessità di supporto.
Questi – insieme all’analisi ambientale del luogo, step fondamentale del lavoro – diventano gli aspetti che definiscono le linee guida del progetto, si trasformano in scelte progettuali, in linguaggio architettonico.
Questa metodologia di lavoro – insegnata nel percorso di studi della Scuola di Specializzazione in Feng Shui e Architettura del Benessere – parte dal presupposto che l’atto progettuale è un processo di traduzione di bisogni, dove il progettista, il suo gusto, la sua creatività diventano strumenti al servizio del cliente, e non puri elementi di espressione creativa personale.
La persona viene messa la centro, con i suoi gusti, i suoi bisogni, la sua particolare e unica modalità di vivere il proprio spazio.

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